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Ho deciso di muovere la mia pagina web accademica e il mio blog in un posto unico, e ho scelto di fare un blog e il sito con l'hosting gratuito su wordpress. Per favore, aggiornate i vostri feed reader al seguente indirizzo:

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Se mai cambierò di nuovo, aggiornerò il feed, così voi non vi accorgerete di nulla. Analogamente, mi sono deciso a comprare un dominio che rimarrà anch'esso permanente:

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Tutto ciò che ho pubblicato sul blog di Blogspot rimarrà intatto perché già riferito nel web, perciò non ha senso toglierlo. Per non perdermi di vista, potete farvi vedere in qualche social network. Quelle a cui partecipo sono tutte listate a questo indirizzo.

Blog Change News


I moved my academic web page and my blog in one place, and they are both hosted (i.e., web page and blog) with the free hosting by wordpress. Please, update your feed readers with the following:

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If I would ever change again, I will update the feed, so you won't notice. Analogously, I finally decided to buy a domain for me. This will act as a permanent url:

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Every post I published in the Blogspot blog will remain here as it is already spidered by the web. If you want to be in touch with me, consider to knock me via some social network. Mine are listed here.

Ŝanĝo de blogmotoro


Mi portis mian universitatanan tekstejon kaj mian blogon al ununura ejo, ambaŭ gastigitaj de Vordpreso. Bonvolu aktualigi vian rettralegilon al la sekva treleg-adreso:

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Se mi volus ŝanĝi denove ejon, mi aktualigos la traleg-adreson, tiel ke, vi eĉ ne notos la ŝanĝon. Simile, mi finfine min decidis aĉeti porĉiaman ttt-adreson por mi:

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Ĉiu blogaĵo kion mi eldonis per Blogspoto restos tie ĉar jam araneigita ttt-e. Se vi volas resti en kontakto kun mi, frapu al iu socia reto kiun mi partoprenas. La kompletan liston vi trovas tie ĉ.




Wednesday, November 28, 2007

Inglese precoce sì, ma attenzione

Messaggio da papà di due magnifici bambini in età prescolare. Mia figlia va all'ottima Casa dei Bambini Montessori di Milano (fascia d'età: 3-5), mentre mio figlio va all'altrettanto ottimo Il Bruco, (fascia d'età: 0-3).

Sembra che la preoccupazione maggiore, non tanto degli istituti, che si fanno carico di rispondere alle esigenze di bambini e genitori, quanto proprio dei genitori, sta nella supposta insufficiente "esposizione" alla lingua inglese. In realtà sia alla Montessori che al Bruco si stanno comportando molto bene, secondo me, e più di così non possono, anzi, non devono fare. Perché? Ci sono alcuni fatti, noti nella letteratura di pedagogia linguistica, che è bene che i genitori sappiano, e che qui riporto a beneficio di tutti.

Prima considerazione. I genitori non possono e non devono delegare in toto alle istituzioni scolastiche l'apprendimento delle lingue seconde, perché, per quanto si inizi presto a esporli all'inglese o ad altra lingua non presente nella quotidianità ambientale del bambino, non è automatico che i bambini raggiungano un livello di sicurezza nella lingua sufficiente per non vergognarsi o intimidirsi se sbagliano, se la lingua rimane relegata nella scuola. C'è una pletora di letteratura sul campo che lo conferma, anche in contesti naturalmente multilingui come il Belgio o il Canada. Detto in altre parole: la scuola è importante ma non basta. Se si vuole che il bambino impari l'inglese, l'uso dell'inglese in età prescolare va bene, ma dev'essere rafforzato dalla famiglia in maniera semplice e gioiosa. Come? Se non si è madrelingui inglese, non bisogna parlare in inglese al bambino per evitare di insegnargli pronuncia, sintassi e lessico subottimali, al massimo si può leggergli qualche libro e tradurglielo. Molto meglio fargli ascoltare canzoncine, fin dai primi anni, o cartoni animati, se più grandicelli, ovviamente appropriati, vale a dire cantati o recitati da madrelingua (per i cartoni animati consiglio il bellissimo Postman Pat della BBC: sono storie brevi, dalla trama non violenta e con un montaggio tranquillo, che rassicura i bambini). Ancora più importante sarebbe fare le vacanze in Inghilterra o altro paese naturalmente anglofono: in questo modo il bambino àncora l'inglese a un contesto felice (sono in ferie con mamma e papà) e a un luogo (a Milano si parla italiano, a Londra inglese: semplice e chiaro). Mi rendo conto che si tratta di un investimento per tutta la famiglia, ma non si scappa: la lingua si rafforza nel suo Sprachraum, il territorio linguistico proprio. In alternativa, si possono frequentare famiglie dove tutti parlano inglese, anche se non ci si deve stupire se i piccoli milanesi d'adozione vorranno parlare tra loro italiano nei loro giochi... Non importa, i suoni entreranno tranquillamente nella mente del bambino. E con essi sintassi, lessico e quant'altro, il bambino è un apprendente olistico.

Seconda considerazione. Gli inglesi parlano di natural language ma quello che è naturale, e quindi genetico, è la predisposizione a imparare a parlare una o più lingue da piccoli, ma nient'altro. Quale spazio linguistico viene appreso dipende dall'ambiente di vita del bambino. Detto ancora più chiaramente: la lingua primaria del bambino è la lingua primaria del suo ambiente di vita quotidiano. Anche la nostra espressione 'lingua materna' è fuorviante: non si impara la lingua della madre e basta, anche se è indubbio l'aspetto simbolico ed emotivo che la lingua parlata dalla madre ha sul bambino per tutta la vita, ma la lingua dominante che verrà parlata è quella dell'ambiente. Ne è la riprova il fatto che, per esempio, bambini cresciuti a Milano da genitori che provengono da altre regioni d'Italia avranno la prosodia (accento, cantilena, e altri fenomeni legati alla catena del parlato) tipici di Milano. Una prova ancora maggiore è il caso delle famiglie internazionali, dove per esempio la madre parla in giapponese al figlio, i genitori si parlano tra loro in inglese, e il padre è italiano. Se la famiglia vive a Milano, il bambino parlerà, italiano, inglese, giapponese. In quest'ordine di rilevanza, cioè l'italiano "vince" sulle altre lingue perché è la lingua dell'ambiente. Anche l'inglese è in una buona posizione, perché è ancorato dal bambino alla relazione tra mamma e papà. In un caso simile, la lingua da preservare e rafforzare è il giapponese. Chiedersi qual è la lingua materna o naturale in un caso simile non ha molto senso. Meglio parlare di spazio linguistico, dove l'italiano è lingua primaria (L1) mentre inglese e giapponese sono lingue secondarie (L2). La situazione sarebbe ribaltata tra mamma e papà se la famiglia abitasse a Tokio, naturalmente. Attenzione alle tate madrelingua: anche qui il rischio è di delegare la lingua alla tata. Se il bambino associa la lingua alla tata e basta, il successo della lingua dipende dalla sua relazione con la tata (discorso simile con la madre giapponese di cui sopra, se non si attuano gli opportuni rinforzi detti). Ma cosa si rischia? La risposta a questa domanda è contenuta nella terza considerazione.

Terza considerazione. Il punto è il seguente: il successo o fallimento della lingua dipende dalla relazione che si instaura tra il bambino e la lingua in oggetto, in questo caso l'inglese. Difatti, se la lingua non è associata a una situazione piacevole, divertente e ludica, il rischio -- molto concreto e tutt'altro che raro -- è il rigetto. Nel bambino si forma un blocco psicologico ad imparare quella lingua e, anche provando e riprovando a impararla anni dopo, da adolescente o da adulto, magari la imparerà, ma sarà sempre associata a fatica, sforzo, o addirittura a considerazioni estestiche ("non mi piace, mi fa schifo,è brutta," ecc.). E non c'è dubbio che, per quanto morbidi, attenti, gioiosi e positivi siano gli insegnanti (e vi assicuro che alla Montessori e al Bruco eccome se lo sono!) la scuola è il momento, lo spazio, il contesto, del dovere. Il che non esclude a priori il piacere, ma tale piacere è un valore che le istituzioni più attente come la Montessori o il Bruco, conquistano con la professionalità. Ecco che si ritorna alla seconda considerazione. Lo ripeto: i genitori non deleghino l'apprendimento linguistico alle istituzioni scolastiche. Perché molti genitori tendono a dare questa delega? Eccoci alla quarta considerazione.

Quarta considerazione. Il mio sospetto è che i genitori si vergognino o che temino che i figli non siano "adeguati alle esigenze del mondo d'oggi," e sapere l'inglese è, per l'appunto, un must. Ho una notizia da dargli: recenti studi di politica e pianificazione linguistica, tra l'altro alcuni sponsorizzati dal British Council, mostrano che, più la conoscenza del "basic English" (inglese di sopravvivenza) si espande sul globo, più le altre lingue di cultura diventano importanti, come per esempio: tedesco, francese, spagnolo, cinese, arabo, ma anche giapponese, swahili e russo. È una brutale, se vogliamo, legge economica: se il bene lingua inglese è patrimonio di tutti, il suo valore paradossalmente scende. Intendiamoci: la sua non conoscenza taglia fuori dalle grandi risorse di comunicazione del mondo; alcuni parlano addirittura di linguistic divide, divario linguistico, in analogia al divario digitale a proposito della (mancata) alfabetizzazione digitale, combattuta per esempio dal progetto One Laptop per Child (OLPC). Ma sapere l'inglese non basta. Sembra che i madrelingui inglese siano prigionieri del loro predominio, e la non conoscenza delle altre lingue di cultura è una barriera nell'entrare nei mercati emergenti, per esempio europei. Se si vuole "fare business" in Romania, per esempio, bisognerà alla fine masticare un po' di rumeno, il che significa non solo parlarlo ma anche sapere cos'è la palinka (una specie di grappa). Riassumendo: inglese sì, dunque, ma non basta. E in ogni caso senza forzare, pena il rischio di rigetto. Cosa chiedere dunque ai nidi e alle scuole materne o case dei bambini, nel caso della Montessori? (Quinta e ultima considerazione.)

Quinta considerazione. Che parlino in inglese ai nostri piccoli gioiosamente e tranquillamente in un contesto ben definito, come uno spazio aperto dove si parla inglese e basta (così quando si stufano i piccoli semplicemente se ne escono), oppure un tempo definito, dove c'è un rito di apertura e chiusura (una scatola magica, un gioco, una canzoncina), che annuncino inizio e fine del momento dell'inglese. Non devono fare di più, altrimenti la cosa diventa pesante per un bambino. Perché un bambino dovrebbe appassionarsi all'inglese, se non ha alcun ruolo nella sua vita? (Ecco, di nuovo, la centralità della seconda considerazione.) Per i più piccolini (0-3 anni) la cosa principale è l'ascolto della pronuncia nativa: l'apprendimento dei suoni fondamentali che formeranno lo spazio fonetico del bambino non va oltre l'anno e mezzo massimo due anni d'età, secondo gli studi più accreditati di psicologia dell'età evolutiva. La cosa migliore sarebbe fargli ascoltare il massimo numero di lingue possibili, le più diverse, a quell'età, con cd di ninnananne e filastrocche acompagnate da bei libri colorati. Non importa se nessuno in famiglia ci capisce nulla di yiddish, malgascio o il bararra... Nell'età prescolare i giochi della fonetica sono già fatti: bene avere un'insegnante madrelingua per trasmettergli un inglese modello, ma comunque la pronuncia che avranno non sarà da nativi inglesi, c'è poco da fare. Imparato dopo i tre anni, l'inglese sarà comunque una lingua seconda.

A meno che i vostri figli non appartengano a quell'1% della popolazione mondiale, che, per motivi tutt'oggi misteriosi, impara tutte le lingue a una velocità strabiliante, a qualsiasi età. Ma a questo punto non c'è motivo di preoccuparsi.

Freemindshare.com, the next web2.0 I needed!

Discovered through blog digging... It's easy. And it works. Try to have a glance to it! This is an example of a map of mine:

Shemflection from Belgium: games work!


A bit later shemflection about my XP Day BE experience. In the open space tables for the participants, where people let there their own books in vision for others (this is shared knowledge, guys!) there was a space for games, where I added my own copy of Lupus In Tabula, already mentioned in this blog.

But the best thing I discovered is Fluxx, thanks to Bernard Van Der Beken, who offered me an instant game. It is very funny, andit is very agile: in fact it is a simulation of what does requirement changing mean. Other games I want to check out are Game of 33, Chrononauts and Zendo.

Hoping they will also come in Italian and Esperanto as well...

Tuesday, November 27, 2007

Monday, November 26, 2007

Raccontare storie (d'uso) non è mica facile

Sono tornato da Bologna dove ho partecipato all'Italian Agile Day, su invito di Marco Abis, l'organizzazione, e di altri agilisti italiani. Ho riproposto, un po' modificato, il workshop/laboratorio seguito all'XP DAys Belgium 2007, con il graditissimo supporto all'ultimo minuti del mio amico (agilista) Fabio.

I posti previsti erano 25, e circa una decina si sono presentate sperando che qualche sedia si liberasse. Così non è stato. Anzi, dopo 4 pomodori belli intensi, due di ritrospettive, due di simulazione, e davanti alla prospettiva di una pausa caffè, i partecipanti erano ancora cosiì coinvolti che non si sono alzati dalle sedie per altri dieci minuti!

Detto tutto questo, credo sia stato un grande successo: nella comunità agile italiana si vede che c'è voglia di avere sessioni più interattive. Ottimo segno.

Tuesday, November 20, 2007

Sembra che ci verrò, a questo Agile Day a Bologna...

...il mio post ha suscitato una vivace e costruttiva discussione tra gli organizzatori dell'evento, che mi hanno invitato a presentare qualcosa di quanto ho imparato in Belgio. Non sono riuscito a dire di no, ci vediamo a Bologna, allora!

Web 2.0 questo sconosciuto

Una presentazione di base del cambio di paradigma avvenuto. È molto semplice, e per questo piace alle aziende (italiane) che me lo chiedono.

The Pomodoro Technique in Mechelen

Here the presentation made by me and Matteo:

The Raising SCRUM in XP.Be Days

SCRUM is becoming the most important agile framework for agilists and their market, at least in Belgium. Most effort is spent on the possibile marriage of SCRUM, which is a project management technique, rather than a developing one (for that, XP is ready to go). A couple of guys talked about SCRUMMING, i.e. SCRUM + CMMI, in order to ad an external loop for a long-termed vision.

Even if I liked much the game we played, I found the relation with the talk no clear (as I told them on site) and this glue unfeasible. In fact, the risk is to have two languages, the one for the team (SCRUM) and the other for the management (CMMI).

I feel that the ubiquitous language principle borrowed from DDD is what everybody needs: a unique lexicon for each level of details in software management, design and development strata. This is something worth to be studied more. For example, the Stand-Up Meeting and the Daily SCRUM, as far as I am concerned in, are the same thing, as the Customer and the Product Owner. Or am I wrong?

Monday, November 19, 2007

From the eXPerience: being agile in a non-agile environment

I think this is the main challenge today for XP and agile in general. After all, customers are alike at work and in restaurant: they do not want to see the kitchen, they want dishes (Vera dixit)!

The principle is that software is a part, important but only a part, of a more general process that involves a lot of different agents and roles, technical and not technical (and God -- if it exists -- save Kent Beck to having told us that businessmen do not interfere with technical decisions, and vice versa). But the problem is not in the principles and values (where agile starts, even without any technique, BTW).

Ok, we should collaborate instead of constangly negotiate with our customers, but, how if the customer isn't next? it is fun to work with a customer on site, but this isn't what usually happens... So, agilists are trying to cope with this sort of problems, where the environment doesn't collaborate, so to speak.

A proposal, presented by Willem van den Ende and Marc Evers, is to read the behaviour of your environment as a cultural pattern. It is a way to understand your context in order to know if and how to lead it to an effective change.

0. Oblivion. The most simple pattern is the oblivious one, or: "pattern? what's that?" Some are totally unaware they are developing software, so that they even not distinguish users from developers... The only good thing is that it is a (un)pattern highly customer-oriented.


1. Variability.
The next step in evolution is the variable pattern, or: "do whatever you feel at a given moment". It is highly cooperative and it values craftmanship but it encourages heroism and it is individual-dependent, so it is not robust at all.

2. Routine. The inverse of variability is routine, or: "we follow standard procedures every time (except panic)". This is an attempt to impose order to disorder, and you can feel it every time you see a management-by-controlling approach. The pitfall is well-known: lack of trust (except on silver bullets).

3. Steering. The jump is on steering, as the pilot of an aircraft who adjust the plane every time, in order not to change route! The keys to this are agile practices, as retrospectives or stand-up meetings, which garantee feedback control and endorse trust among members, or the principle of visibility (stick cards and diagrams on the wall).

4. Anticipating. Next jump is anticipating, where you let people experiment even if everything goes well, in order to make extraordinary things ordinary. Culture becomes congruent, i.e. you are able to transfer cultural practices in different context in order to consciously manage change. This is described in the Toyota Way Book about lean development.

I think that remembering these patterns is useful so to let the environment some realistic change. As Pascal said in the XP Loops session, XP does not tell you if it is worth to start a project, but it tells you when to stop it, even if it isn't finished.

So, This approach seem to work well for me, at least in the simulation game had in pairs (simple rules: in 5 minutes, let the other know a case study of yours and in pairs you classify; the patterns where presented induring two different pomodori). Of course, the transition in never a one-zero game. In the case I presented to my peer, I described it as a 70% routine, 20% oblivion. The reference book is System Thinking, which is one of my aNobii desiderata. ;-)

Dad, tell me a User Story!

I participated to a workshop on agile requirement exploration by two XP coaches, there in Mechelen. Even if it was supposed to be something very basical, I learned a lot. First of all, I'm not so cute as I believed in writing user stories... establishing a team from scratch is always a challenge. We forced our customer to answer closed questions instead of eliciting what he wants (or, "treat the customer as an adult" principle, don't frighten him). Customers want to be understood as much as developers want do understand. They have the same goal. We should never forget.

But we were not alone: other teams were lost in useless discussion and details, as the possibility of changing team composition (!) or the nominee of a developer proxy in order to talk with the customer-on-site to avoid communication noise (consider that every team was made by four people, plus the customer). Nevertheless, some observation are worth mentioning, in my view.

Unique Product Owner Principle. It is important that there is a unique person who has the right to say the final 'yes' or 'no', otherwise the team can't syncronize itself with the coustomers' need.

Business People are Like Us. As Dave said, business people live a dynamic world like agile teams. They are more like us than traditional IT departments, and that's why it is better to work directly to them instead of talking CS jargon with IT departements.

We should be passionate as a father telling a (User) story to his children.

Italian Pomodorists in Belgium...

As known, me and Matteo last weekend had a talk on the Pomodoro Technique, a specialty of the Italian XPers and agilists, discovered by Francesco Cirillo (only 2 pomodori for learning it!)

We had some constructive feedback on our talk:

* be more confident. Ask people feedback without good/bad biases
* split clearly the two pomodoros: the first one on the PT basics, the second one about experiences and team appliance.

iPhone del vicino è sempre più verde...

...oppure no?

Sunday, November 18, 2007

Perché non sarò all'Agile Day a Bologna

Alcuni dei miei lettori (e amici) si aspettano che io venga, magari con loro, all'Italian Agile Day 2007 (sì, la dizione è questa, davvero una bella espressione italiana...) che si terrà settimana prossima a Bologna.

Ma io non ci sarò. Perché? Semplice: perché il programma non mi interessa. L'unico intervento che varrebbe la pena ascoltare, per quanto mi riguarda, è il keynote di Tim MacKinnon. Ma un intervento è troppo poco per spendere un'intera giornata del mio tempo.

Non è un problema che sia a Bologna. Lo dimostra il fatto che sono appena tornato dalla due giorni a XP Days Benelux 2007, dove ho presentato con il prode Matteo Vaccari, oso dire con un gran successo di critica e di pubblico, le nostre esperienze nella tecnica del pomodoro (presto vedrete il primo commercial su YouTube, una sorpresa degli agilisti belgi!). Per i pochi che non la conoscessero, si tratta una specialità XP made in Italy, di cui molti agilisti all'estero hanno sentito parlare ma mai da chi la vive tutti i giorni, al lavoro e non solo. Racconterò di più nei prossimi post, in inglese, su questa bella e formativa esperienza.

Il punto qui è un altro. Il formato delle giornate XP in Belgio, a partire dal Perfection Game usato nella richiesta di sessioni, è molto stimolante e divertente, in una parola: agile. Non si sta lì ad ascoltare casi studio di altri, che, seppur interessanti, saranno sempre difficilmente riportabili alle proprie situazioni per un milione di ottimi motivi, quasi tutti tecnologici. Anche le sessioni più tecnologiche si focalizzano sull'approfondimento, la discussione e la condivisione delle metodologie agili.

Da noi, invece, no. Nessuna sessione interattiva, con giochi (sì, l'anno scorso c'è stato il Planning Game; ma quest'anno? Niente!). Non ci sono responsabili/animatori per l'open space, a differenza del Belgio.

Certo, Matteo ha ragione, quando mi dice che alla sessione sul TDD quasi tutti i partecipanti praticano il TDD da diversi anni professionalmente. In Italia siamo indietro: stiamo ancora scoprendo le tecniche di base. D'accordo, ma perché focalizzarsi solo ed esclusivamente sugli aspetti più tecnici e tecnologici? XP e agile non è solo questo. Anzi, oso dire che è soprattutto altro. È principi, valori, come qualità del lavoro, collective ownership, non-gestione dei processi, divertimento. Tutto questo c'era, era palpabile a Mechelen (guardatevi dove si trova: scomodissimo!).

È vero, come dice Matteo, che io sono meno attento alla parte di tecnica di sviluppo software. Certo, non sono uno sviluppatore, sono un ricercatore. E la frontiera di XP e dell'agile non è nelle tecniche di sviluppo, secondo me. Basta applicare il ciclo (loop) XP interno, mirabilmente presentato da Pascal e Vera. Naturalmente, dietro quel 'basta' c'è una vita di impegno, sforzo ...e divertimento! Non sto sottovalutando questo aspetto; solo non è il centro del mio interesse. E, in ogni caso, quello che è interessante è la metodologia. Meglio il RailstoItaly a Pisa, che non era una classica, onesta e interessante conferenza, dove il tema non era in sé agile (Rails) ma alla fine gli apporti più interessanti erano agili nel metodo e anche nella presentazione (ma guarda un po' che caso!).

Una giornata di casi studi - tutti italiani, non c'è un minimo di scambio con la più vivace comunità agile internazionale; provinciali! - e introduzioni varie in un formato classico, frontale (perciò non agile) non mi interessa. Spiacente, ragazzi. Alla prossima. Buonanotte.

Monday, November 12, 2007

Blog sulle politiche linguistiche

Il mio amico Michele Gazzola, ricercatore di politiche e pianificazione linguistica, ha aperto un blog sulle politiche linguistiche, italiane ma non solo, naturalmente. Cito dal primo post
Quello che accade al Politecnico di Torino ha dello scandaloso. Non solo da quest'anno alcune sedi del Politecnico di Torino hanno attivato dei corsi di laurea di primo livello tenuti interamente e esclusivamente in lingua inglese sopprimendo alcune lauree in lingua italiana. Il Politecnico ha anche deciso che i cittadini italiani che sceglieranno i corsi di laurea in inglese non pagheranno le tasse universitarie, mentre i cittadini che vogliono laurearsi in italiano pagheranno per intero le tasse (1500 euro).
Sono del tutto d'accordo con Michele, come accademico e cittadino italiano... Perché dobbiamo svalutare la nostra identità in questo modo?

Sunday, November 11, 2007

Un'altra giovinezza di Coppola


Ho visto un bel film di Coppola, oggi, Un'altra giovinezza, con uno strepitoso Tim Roth e un ottimo Bruno Ganz.

Tratto da un romanzo di Mircea Eliade, scrittore rumeno. Il film segue il romanzo omonimo molto fedelmente.

Sapete, il protagonista è un attempato professore di linguistica mitteleuropeo... come potevo lasciarmelo scappare?

Monday, November 05, 2007

Shemflections: what is (still) missing in Ruby today

Stealing the Hebrew word for reflections from Tsuguya Sasaki... I was wondering what's missing in Ruby now. Froma practical point of view, absolutely not technical. Ok, a LaTeX generator, but this is not uneasy. A way to draw directly on screen without the nightmare of SVG... this is less uneasy.

A manner to simplify web UI design in Rails, this is a key point. Addressed by Paolo Donà, who explained the Rails Widget. This is something I consider a good approximation of what I think of a solution of this problem.

A manner to write web/desktop apps, where content is syncronized and the desktop GUI is web-stilish, this is something really missing. I refer for example to Blurb for books, or look for example at the new MindMeister Offline. Yes, there is Joyent, but it is not open sourced: will be satisfying for the community?

And finally: internationalization. How many languages does Globalize support? My delighted Esperanto, for example? Where the hell is the currently supported localizations in that web site?!?

More@Pisa: The Ethical Programmer

Zed Shaw, well known among rubyists for Mongrel, surprisingly (for me) had an invited talk at Pisa -- BTW presented not on a normal PDF but in a mysterious (for me) programming language (why not to generate LaTeX Beamere source in Ruby, e.g. Ruby4LaTeX?), i.e. Factor -- on a not-technical topic: the ethics of programming.

Hoping he will publish an article on it!

ActiveRDF at Rails to Pisa


Did you know that in Ireland there is no ZIP code as that country wasn't invaded by Napoleon? Guys, you have to update your user stories on adresses! That's the risk of reasoning in a top-down fashion... Eyal Oren made the most clear presentation of the Semantic Web I've ever seen, and even useful. ;)

In fact, one of the most interesting thing I've learned in Pisa at first edition of Rails to Italy in Pisa is ActiveRDF. Check this video by the team where Eyal Oren belongs to learn more.

If the OO paradigm is top-down as the relational DB, it is most difficult to do the same with the semantic web, where content is produced bottom-up. That's why RDF, and that's why ActiveRDF for Ruby and especially Rails.

How do you manage semistructure data you don't know in advance in programming, i.e. before to program your (web) application? This is a question Eyal posed. The freshly renewed web 3.0 w3c web site offers some insights for the answer, he argued.

One of the problems is that under the umbrella "semantic web" people understand different things:

* A.I. experts understands machine learning, NLP, ontologies and OWL;
* DBers understands Q&A, RDF and storage;
* web expertts understands RDF (again), HTTP and URI.

Eyal and DERI (where he works) understand in this way.

ActiveRDF is already in production in a EU funded project, Talia, the Discovery Project that resembles (but improved) my own project Novelle, launched some time ago. It is better for its, XML-based, RESTful interface and the use of ActiveRDF in Ruby On Rails.